Lucy Salani, la donna trans sopravvissuta a Dachau

Lucy Salani, la donna trans sopravvissuta a Dachau

Nella Giornata della Memoria non dimentichiamo che insieme ai milioni di ebrei, i nazisti torturano e uccisero rom, disabili e omosessuali. Tra questi c’è Lucy Salani, la donna trans più vecchia d’Italia. Oggi ha 98 anni e ha raccontato la sua storia in un documentario “C’è un soffio di vita soltanto”.

La sua storia è macchiata dall’odio e dalla violenza sofferte a Dachau, il campo di concentramento in cui fu deportata. Nata maschio nel 1924 in provincia di Cuneo ma vissuta a Bologna, Luciano si è sempre sentito femmina. Negli anni trenta insieme ad altri omosessuale si prostituisce e viene perseguitata dai fascisti. Si arruolò contro la sua volontà e disertò nel ’43. Ma i nazisti lo trovarono e lo costrinsero di nuovo ad arruolarsi. Disertò di nuovo finché invece di arruolarlo lo deportarono in un campo di concentramento. A Dachau rimase sei mesi quando finalmente arrivarono gli americani a liberarla. “Il giorno in cui i tedeschi capirono che era finita ci ammucchiarono al centro del campo e iniziarono a sparare. Io fui ferita a una gamba e svenni, mi trovarono gli americani in mezzo ai cadaveri. E così ritornai a casa, in Italia”, racconta.

“Appena arrivati ci hanno denudati, pelati e disinfettati, dicevano loro. Disinfettati con la creolina. Un bruciore bestiale! La pelle se ne veniva via il giorno dopo.” Ricorda Lucy raccontando la sua esperienza a Dachau. “Se avevi un po’ di carne addosso vivevi, altrimenti partivi già condannato. Quello che ho visto nel campo è stato spaventoso, l’Inferno di Dante a confronto è una passeggiata: impiccati, gente che moriva per la strada, persone che erano solo pelle e ossa. Facevano gli esperimenti: bruciavano i morti e c’era chi era ancora vivo, che si muoveva tra le fiamme. La mattina quando ti alzavi e guardavi la recinzione elettrificata, trovavi un mucchio di ragazzi attaccati: avevano provato a scappare durante la notte”. La donna oggi 98enne dichiara che “vivere è un miracolo, ma sono già morta allora.”

Solo negli anni ottanta riesce a sentirsi bene completamente con il suo corpo. Va a Londra e si sottopone ad un intervento per la riassegnazione del sesso. Ma ha sempre rifiutato di cambiare nome. “Perché una donna non si può chiamare Luciano? I miei genitori mi hanno dato questo nome e questo nome è sacro”.

Oggi nel giorno della memoria abbiamo il dovere di ricordare storie come queste che ci ricordano quanto sia fondamentale l’inclusione e l’accettazione di ogni diversità, minoranza o orientamento per la società. Un valore da ricordare ogni giorno, ma che nel Giorno della Memoria viene accompagnato al ricordo delle atrocità commesse nel secolo scorso. Per Lucy Salani non è stato facile vivere durante il fascismo come omosessuale, figurarsi come transessuale. “Mia madre era disperata. Volevo sempre fare ciò che a quell’età facevano le bambine: cucinare, pulire e giocare con le bambole. Ma guai a dire che ero una donna. Mio fratello non riusciva a non chiamarmi Luciano, mia madre quando mi ha visto vestita da donna, si è spaventata”.

Sopravvissuta a discriminazioni e al campo di concentramento Lucy oggi dice «Si sopravvive perché non c’è altra alternativa. E perché vale sempre la pena di lottare per affermare la propria identità. La vita può nascondere anche tante sorprese piacevoli: l’amore, la famiglia, gli amici che ti fanno dimenticare, anche solo per un attimo, tutto quello che hai subito.” Nella sua vita Lucy è stata uomo, donna, madre, figlio, prigioniero, amante, prostituta. L’affermazione della sua identità è stata l’unica certezza che l’ha sempre accompagnata. La sua storia è la storia che ha segnato il novecento e tante vite come la sua.

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