Allarme peste suina africana. Arriva l’ordinanza

Allarme peste suina africana. Arriva l’ordinanza

Alcuni Paesi hanno già iniziato a bloccare le importazioni di salumi provenienti dall’Italia. Nella serata di ieri firmata ordinanza per bloccare epidemia

Allarme peste suina africana, individuata in sette differenti carcasse di cinghiali rinvenute tra Piemonte e Liguria, inizia a far paura. Talmente tanta da far scattare la sospensione delle importazioni di salumi italiani da parte di Cina, Giappone, Taiwan e Kuwait.

Il primo allarme è arrivato da Ovada (Alessandria). Dopo poche ore altre due segnalazioni sono pervenute da Franconalto (Alessandria) e da Isola del Cantone (Genova). In pochi giorni la zona circoscritta dal ministero della Salute si è ampliata fino a comprendere 114 comuni, di cui 78 in Piemonte e 36 in Liguria. Questa situazione, che ha portato anche la Svizzera ad attuare delle restrizioni, preoccupa Confagricoltura. “Ora è necessario agire con la massima tempestività ed efficacia nel campo della sorveglianza e delle misure di biosicurezza per la protezione degli allevamenti”, spiega a Repubblica il presidente Massimiliano Giansanti.

Lo stato di fatto

Le autorità sanitarie hanno individuato una vasta area a rischio. Compresa tra i territori di Genova, Ronco Scrivia, Novi Ligure, Acqui Terme, Spigno Monferrato e Albissola Marina. Il Piemonte ha deciso di bloccare ogni attività venatoria nella provincia di Alessandria. Stessa scelta operata dalla regione Liguria per quanto concerne i territori a rischio, nei quali è inoltre stata proibita la raccolta di funghi ed ogni genere di attività effettuata in zone boschive. Sospesa a tempo indeterminato anche la movimentazione di animali zootecnici in entrata e in uscita da suddetti territori, così come la certificazione veterinaria riguardante l’esportazione di carni suine.

L’ordinanza per frenare l’epidemia

Il governo corre ai ripari. Dopo l’allarme dei casi di peste suina africana (Psa) riscontrati nei giorni scorsi in alcuni cinghiali tra Piemonte e Liguria. Hanno attivato misure precauzionali alle frontiere di Svizzera, Kuwait e in Oriente (Cina, Giappone e Taiwan) dove è stato dato un temporaneo stop all’import di carni e salumi made in Italy.

I ministri Roberto Speranza e Stefano Patuanelli hanno firmato un’ordinanza per frenare l’epidemia di peste suina nei territori colpiti.  “L’ordinanza – si sottolinea – consente alle attività produttive di continuare a lavorare in sicurezza, fornendo rassicurazioni in merito al nostro export“.

Vietata la caccia e altre attività

Nella zona stabilita come infetta da Peste suina Africana; 114 Comuni di cui 78 in Piemonte e 36 in Liguria, sono vietate le attività venatorie di qualsiasi tipologia. E’ tuttavia ammessa la caccia di selezione al cinghiale come strumento per ridurre la popolazione in eccesso e rafforzare la rete di monitoraggio sulla presenza del virus qualora autorizzata dai servizi regionali competenti.  Nell’area sono altresì vietate la raccolta dei funghi e tartufi, la pesca, il trekking, la mountain bike e le altre attività di interazione diretta o indiretta coi cinghiali infetti.

L’ordinanza produce effetti dalla data di adozione e le disposizioni sono efficaci per 6 mesi a decorrere da tale data. Sempre nell’ordinanza si legge che le disposizioni “si applicano anche alle regioni a statuto speciale e alle Province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione”.

Paura per l’export

Il timore del blocco delle esportazioni si lega al rischio di chiusura per numerosi allevamenti. L’Autorità Europea per la sicurezza alimentare ha finora escluso l’Italia dalle “zone di preoccupazione”, per il fatto che al momento non risultano casi di peste suina in maiali (nè allo stato brado nè in allevamenti), ma il livello di allerta è elevato.

I danni economici derivano dal fatto che, scattando i protocolli di prevenzione, alcuni Paesi chiudono l’import dei nostri prodotti della filiera suina. “Alcuni Paesi, dettaglia Calderone (direttore di Assica), non riconoscono infatti il principio della zonizzazione e quando un territorio (come sta accadendo in Italia) perde la sua indennità, bloccano l’acquisto di alimenti da tutto il territorio nazionale. La stima di Assica,, sulla base degli ultimi dati dell’export, è che l’attuale blocco da quei quattro Paesi costi 20 milioni al mese. Ma ovviamente il timore è che il problema si estenda.

Non vi è rischio per l’uomo

La presenza della Psa, che si diffonde rapidamente tra gli animali ma non ha effetti sull’uomo. (“non ci sono rischi di alcun tipo né per la sua alimentazione”, ci tiene a rimarcare il presidente della Cia) fa scattare immediatamente protocolli definiti a livello europeo delimitare il contagio. Però, il pericolo è che la Psa passi agli animali ‘domestici’, quindi agli allevamenti, non prevedendo cure né vaccini.

Infatti in caso di contagio è necessario l’abbattimento di tutti i capi dell’allevamento, la distruzione delle carcasse e la stessa prassi è estesa alle aziende circostanti. Una contromisura drastica. Attualmente, nella zona infetta circoscritta a quei territori -è scattato il divieto di movimentazione degli animali e la ricerca e analisi per verificare se esistano altri eventuali selvatici morti. Da quelle zone non possono uscire né animali vivi, né prodotti di origine animale-.

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